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  Quarte di copertina, prefazioni
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  e altre interazioni
 
 
"Agenzia Poetica Torinese", Poesia della pittura; Mario Chinellato, Quaderno di brutta copia; Piera ventre, Bella figlia dell'amor; Anna Mallamo, angeli e case; Massimo La Spina, in levare; Teréz Marosi, Le parole nostre; Lino Di Gianni, les temps des cerises; Antonella Pizzo, I morti non sono nervosi; Guido Catalano, poesie scelte; Franz Krauspenhaar, monoscopio segreto; Zena Roncada, qui da noi; Isabella Boscolo, Feste sconsacrate; Anna Mallamo, lo stretto necessario



  Mario Bianco Piergianni Curti
  Ugo Gomiero Massimo Tosco
  
(Agenzia Poetica Torinese)

  Poesia della pittura

Agenzia Poetica Torinese

L’Agenzia Poetica Torinese ha una lunga storia. E’ stata fondata nel 1776 dal Cavalier Alessandro Sappa, patrizio alessandrino. Personaggio ingiustamente dimenticato, il Sappa ebbe nell’ultimo scorcio del Settecento notevoli meriti poetici e patriottici. Il suo ideale letterario si andò strutturando in netta polemica con l’aristocratico individualismo di Vittorio Alfieri.
Le cronache torinesi riferiscono di un focoso dibattito pubblico in cui Alessandro Sappa nel dare corso all’Agenzia Poetica Torinese, lanciò una gagliarda sfida letteraria a tutta la sonnolenta intellighenzia subalpina, affermando che il primo compito della poesia era quello di saggiare nell’azione concreta di ogni giorno e quindi nel corpo vivo della storia tutte le possibilità di liberazione individuale e collettiva. In quella circostanza l’Alfieri lo sfidò a duello e il Sappa saggiamente si defilò, lanciando al superbo astigiano la famosa battuta:“ Pisa pi curt, falabrac!”.
Il modernismo illuminista e lungimirante del Sappa lo portò a teorizzare una poesia d’occasione, intrisa di tutti gli umori dell’imminente rivoluzione industriale e dell’inevitabile ascesa delle masse popolari sulla ribalta della Storia.
Dopo duecento anni di oblio, gli ideali poetici di Alessandro Sappa e della sua Agenzia, risorsero a nuova vita ad opera di quattro giovani che alla fine degli anni ’70 si trovarono nella metropoli subalpina, dopo aver peregrinato per diverse contrade italiane, ed aver svolto per vivere i più disparati mestieri: il poeta Mario Bianco, l’abate Erasmo da Mondovì, Ugo da Zovon di Vò, e l’eretico Massimo Tosco.
I quattro luciferi si riconobbero subito come portatori di un messaggio chiaro e inequivocabile e di una missione semplice ed essenziale: riportare la poesia alla sua unità primigenia, alla sua primitiva essenza sciamanica, alla sua rivoluzionaria dimensione materialistica, corporea, tattile, immaginifica e spettacolare.
I suddetti quattro dell' A.P.T. incominciarono a percorrere coi loro taccuini e foglietti tutto il Piemonte per diffondere il nuovo verbo poetico, tra mercati e bancarelle si diedero a vendere poesie d’occasione, alle assemblee popolari e operaie lessero i loro poemi, dal 1977 tennero un programma settimanale di poesia dai microfoni della Radio Torino Alternativa, intitolato “I denti d’oro del dinosauro”: un programma che ha fatto epoca e che a vent’anni di distanza è ancora ricordato dai tanti allora giovani che ne hanno ricevuto stimoli e incitamento per la loro vocazione poetica.

Nel giugno 1979 l’Agenzia Poetica Torinese partecipò al Festival di Caltelporziano e i quattro poeti ebbero modo di cimentarsi in bella tenzone poetica con Allen Gisberg, Ferlinghetti, Evtuscenko, Bellezza e tanti altri, ricavandone la limpida consapevolezza della validità ed eccellenza del progetto poetico dell’A.P.T.
Dopo aver accettato inviti a comporre inni celebrativi, allocuzioni laudative e peana apologetici dai più singolari committenti quali: il grande timoniere Mao Dse Don, l'imperatore Bokassa e il magnifico innovatore Pol Pot, l'Agenzia ebbe tra i committenti più vicini al proprio operare poetico la Fabbrica Italiana Automobili Torino e soprattutto il suo presidente; per le cui future glorie i quattro aedi tessero un panegirico detto "Apoteosi della Ritmo" che fu musicato magnificamente da Helton John e rischiò di diventare l'inno ufficiale brasiliano.
Questi esempi dimostrano come l’Agenzia Poetica Torinese non ha mai rifiutato di entrare nel vivo delle vicende storiche per spremerne l’essenza poetica e per confrontarsi con tutte le magmatiche manifestazioni dell’agire umano, anche nei suoi aspetti più bestiali e criminali. Il frutto di tali esperienze pubbliche procurò tuttavia ai membri dell’agenzia un sempre più profondo disgusto per il genere umano, che si tramutò piano piano in una progressiva afasia. Il risultato più appariscente di tale crisi fu una diaspora: l’eretico Massimo Tosco si trasferì nelle Valli Valdesi e da alcuni anni tenta di convertire al verbo poetico quelle refrattarie popolazioni; il poeta Mario Bianco forte delle sue origini sefardite si è imposto la conversione delle terre di Spagna e del Monferrato; Ugo da Zovon di Vo porta periodicamente la sua autorevole parola nelle terre orientali della sua infanzia spensierata (Repubblica Veneta e Istria), spingendosi spesso fino alle più lontane propaggini dell’est Europeo. L’abate Erasmo da Mondovì è quello dei quattro rapsodi che ha opposto alla durezza del mondo il rifiuto più enigmatico; si è staccato dai suoi compari di Agenzia, dice di non voler più saperne dell’Agenzia Poetica Torinese ed ha fondato un’agenzia teatrale in quel di Moncalieri.
Con il nuovo secolo l’Agenzia Poetica Torinese, senza alcun pentimento o incertezza e più entusiasta che mai torna a mostrarsi in pubblico, sicura che il tempo trascorso in solitarie meditazioni, studi enciclopedici e scritture estenuanti non è stato tempo perduto, ma per ognuno dei poeti è stato solo un necessario, anche se lungo, momento di discesa nell’abisso delle proprie origini e radici antropologico-etniche, natural-bestiali e divin-demoniache, in modo da risalire in superficie illuminati da una rinnovata visione esistenziale e confermati nella bontà della propria missione.

Massimo Tosco


Quaderno di brutta copia si presenta come un corpus integrale di liriche d’amore. I testi tendono ad una traduzione letteraria di materiale autobiografico ancora incandescente e non del tutto sedimentato, ma si arrendono poi a un intrinseco bisogno di sincerità. C’è come una divaricazione tra l’intenzione (letteraria) e il farsi della scrittura. L’assunzione di modelli classici (Catullo innanzitutto) tradisce l’intenzione di raffreddare quel materiale, traducendo ironicamente il vissuto in fatto letterario, ma la trasposizione del dato biografico negli stilemi catulliani, se può sembrare congeniale al poeta e a questo genere di scrittura, non risulta affatto semplice. L’esperienza vissuta sembra infatti resistere a ogni pretesa salvifica e/o consolatoria di codificazione e interpretazione, a ogni riduzione in “bella copia”, tanto che, in definitiva, i versi brevi di Mario Chinellato dichiarano scopertamente la loro natura di diario privato, e di intimo e a tratti risentito colloquio con la donna amata e assente.
Un severo e dichiarato ostracismo ai toni gridati, e il ricorso a una pronuncia pacata ma non pacificata (sebbene non manchino punte espressive di un qualche vigore), smorzano il discorso accesamente sentimentale, confinandolo in un’aura di sommessa elegia.
Il poeta consegna ai lettori un “quaderno di brutta copia” che vuole essere integralmente tale, limitando il lavoro di revisione all’aspetto formale. Anche i labirintici tratteggi sulle pagine, che compongono eleganti disegni astratti, vengono proposti come parte essenziale del testo, e insieme a questo testimoniano di un peregrinare tortuoso dell’anima nei propri indistricabili assilli.

G. M.







  Piera Ventre
  Bella figlia dell'amor

Ci vuole fiato. Per inerpicarsi tra le righe di Piera Ventre ci vuole fiato. Fiato sospeso, fiato sorpreso tra mille curve che spingono alle spalle su declivi dolci e precipizi improvvisi. "Solchi, e poi discese./Piccoli incavi morbidi - il velluto pettinato di certi prati verdi verdi - oppure asperità". Ci vuole la sospensione di un angolo per ciascun ventricolo di cuore per disporsi ad accogliere la densità dell'emozione che la "bella figlia dell'amor" ricama in versi ribelli alle gabbie della rima, catene liriche che non vanno daccapo, come bambini di carta che si tengono per mano.
La sua penna detta le pause, impone la docilità del respiro ai ritmi della risacca dei suoi inchiostri iridescenti. Non è possibile uscirne indenni; e non c'è esperienza più imperdibile di un'onda che travolge e porta irrimediabilmente oltre, mutati comunque.
La scrittura di Piera lascia tracce. "Un palpito di vene, e sangue che avvampa, e corre." Tracce lievi e persistenti come Watermarks che delineano percorsi allusivi al dolore di ciascuno e alla redenzione comune. Si esce dalle sue pagine coi pensieri spettinati e uno struggente senso di condivisione. Come da un'esperienza onirica, come dalla scivolata su uno specchio obliquo che ci nasconde il viso ma evidenzia l'anima di taglio. E tagli d'anima.
Le parole hanno fiato. Ammaestrate al sussurro e al grido ci assediano da due lati con stereofonie che redimono i nostri silenzi e placano l'urlo.
Accompagnano. Le parole di Piera accompagnano come sassi che sul sentiero ci rotolano accanto e somigliano a bambine serie coi sorrisi nelle tasche interne dei grembiuli ricamati ad ossimori ed umori.
Le obbediscono. Parlano con lei/di lei mentre lei di loro/con loro parla. "Semi da passare labbra a labbra" fioriscono con l'inclinazione che si accomoda tra la prospettiva della sua penna imperiosa e la direzione emozionale impressa dal lettore stesso "contagiato" da una sospensione incantata, un patto reciproco di poesia.
Ci vuole fiato. Per scrivere come Piera Ventre ci vuole fiato, con alito di dolore e retrogusto di speranza.
Danno fiato. Le sue parole danno fiato. Fiato per masticare la voce uscendo dall'onda ancora inzuppati di parole e silenzi, di pause e vertigini intense; fiato per scuotere energicamente il capo dinanzi al gesto d'abbandono che minaccia "farei meglio a tacere / difatti taccio / credo che sia meglio / in fin dei conti".
Si prende fiato, e la corda caricata dell'emozione accumulata ci spinge a ritornare a leggerla e leggerla ancora. Ad annuire forte, vittoriosi e arresi alla sua penna elegante che ci assicura "Sono colei che cura."


Rita Mazzocco

 






  Anna Mallamo
  Angeli e case

Forse all’inizio c’era una piuma spersa, una giuntura di metallo, un petalo di rosa calato dal corpus domini. Oppure una tasca di vestaglia, un trispito, nascosto sotto un letto che si lasciava viaggiare.
Epifanie lunghe una vita o un minuto.

O magari, invece, all’inizio c’era un’idea che camminava all’indietro, un ragionamento che non si lasciava pettinare, una pena messa sul tornio e poi infilata nel rintocco di una campana.
Pensieri in immagini al galoppo.

Certo uno sguardo, c’era, sporco di cantiere e luna.
(E lo sguardo sa bene cosa fare su certi grumi di vissuto: li taglia e li moltiplica, come nelle storie del vangelo, li strema e li rastrema, poi li gonfia li gonfia, con pazienza. Lo scoppio non è che una nuova creazione: una scorta di mondi di riserva quando il già visto, il già detto non può più bastare…)

Così nacquero Angeli e Case, a portare notizia di un altrove, che si dà dentro le cose, i pensieri e gli sguardi.
Angeli a pulviscolo e a scadenza, che scappano, baciano, esplodono, forse per nevicare.

Case a gorgo, che evaporano, ondeggiano, inghiottono e restituiscono presenti passati, perché le stanze imparano a memoria i tempi e li covano nell’ombelico.

La scrittura di Anna Mallamo ne è ospite mobile ed inquieto, fra liste ed elenchi che fanno da pilastro a multiversi rotanti.
Una scrittura che ha del sortilegio, proliferante e auto-germinativa, come quanto ha in sè energia, giustificazione e ragione d’essere: punto o seme.
Vocata all’impasto, è già immagine, che Mario Bianco prende in consegna e modula in composizioni che sono guizzi di colore e forma, accumuli precari e mossi: residui o cominciamenti.
Sinestesie a due voci.

Zena Roncada


...
Anche per Nostra Signora delle Brioches, santa e pagana e conservatrice dello Stretto, ingannarsi è facile, e perfin piacevole – il tipo d’inganno più letale. Si potrebbe credere che la sua scrittura fluida sia fatta d’aria e d’altura.
E invece.
E invece ogni parola ha radice, e succhia consistenza da vite ipogee, da storie di basalto, dalle venature che frastagliano le placche tettoniche dei continenti. Ella ci ammalia con la sua penna barocca e succosa e, vigilando sullo Stretto nebbioso, sembra dettare il ritmo alle onde d’alta marea, mentre governa invece quelle telluriche.
Ma io, ah, io no, io non cedo al sortilegio, e so che ogni parola sua viene da un sottoscala di memorie del sottosuolo, solida ed esatta e inaspettata. Anche quando racconta di Angeli e case.
Cosa sono infatti, le case, se non l’espressione geometrica delle nostre vite, base per bassezza, e volte non si può nemmeno dividere per due in modo da avere il resto?
E del pari, non ne sono la stessa espressione, ma in forma questa volta non euclidea, gli angeli sfrattati e stanchi, irregolari e mariuoli, sensuali e vitalissimi? Gli uomini hanno inventato le case, o gli angeli gli uomini, o le case gli altri due. Manginobrioches non lo dice, ma in fondo poco importa; l’importante è che i mondi continuano a esistere, finché qualcuno li racconta.
Se poi, oltre a dipingere con le parole, si parla anche con la pittura, come fa nello stesso libro Mario Bianco, cartografo di colori e sogni, con i suoi acquerelli di angeli trispiti e bugiardi e senzatetto, allora i mondi si specchiano e si moltiplicano, e basta un niente – un voltare pagina, un premere di mouse – per farli interamente, e senza obbligo di restituzione, per sempre nostri.

Flaviano Fillo
 


C'è una sorta di patto con la poesia nei versi di Massimo La Spina: la richiesta di dar voce ad un paesaggio di eventi interiori, “frammenti d'universo”, attraverso due percorsi.
Il primo coincide con l'assunzione di un “codice muto”, che rifugge dagli accenti alti, dai toni sopra le righe (neppure una maiuscola a suggerire un desiderio d'elevazione), e dichiara la sua propensione al silenzio e ai segni nudi, la sua vocazione a restare sottotraccia, fraterno alle parole del giorno che “stentano” e alle ore che “faticano”.
La seconda strada passa per la scelta di una stazione d'osservazione: una postazione laterale, mai in medias res, collocata ai bordi delle cose, nella dimensione temporale dell' “è già tardi” o dell' “ancora no”. In questa non coincidenza, in questo scarto di fase, si chiede alla poesia di non essere cronaca, né programma di intenti futuri, ma eco di una timidezza schermata e trattenuta, che si traduce in ripensamento a margine, in rilettura differita.
La poesia accoglie questa domanda multipla e diventa luogo della confidenza con l'anima: spazio dell'interrogare, non dello spiegare, e spazio dell'ascoltare, non dell'affermare. Area, ad alta “densità personale”, dunque, in cui affiora il “cosa c'era”, attraverso un ri-andare, un ri-cordare ricondotto alla sua origine (cor, cordis, cuore), al suo essere, cioè, la “seconda volta del cuore”, “di un cuore nomade / circondato da troppi infiniti”.
La poesia di Massimo La Spina anche per questo si fa, a sua volta, “nastro bianco”, che annoda immagini (i movimenti e i modi del sentire) e con la loro superficie mossa dialoga sottovoce.

Zena Roncada



È tanto fondata nel vivere e nell’aver vissuto, la poesia di Lino Di Gianni, da sembrare di volta in volta una panchina, un banco del mercato, oscillante fra stoffe e pesci, un’aula o una cucina, dove basta uno strofinaccio pulito per fare tavola e tovaglia.
Una casa, soprattutto.
Perché, lì, gli spazi si contraggono, fino a tener vicini i tempi e le presenze.
Perché, lì, gli oggetti si prestano i fumi e i pensieri: in forma d’immagine pellegrina che fa dire, altrove, di occhi,/ caldi/ come patate cotte sotto la cenere.
Perché, lì, i viaggi scelgono la forma e hanno lunghezze e transiti d’amore: tavola, divano letto.

Leggere la poesia di Lino Di Gianni, allora, trova il senso e la via dei gesti quotidiani: come tagliare il pane, incontrare il suo interno forzandone passaggi/ le difese.
Si esce puliti e leggeri: niente è in vendita, niente appare.
Dentro le piccole vite nelle casseruole, la parola trova un nitore essenziale. La sua verità.

Zena Roncada







  Antonella Pizzo
  I morti non sono nervosi

Bisognerebbe leggerla per intero, questa raccolta di Antonella Pizzo, per apprezzarne le qualità e l’indubbio valore. Non sappiamo se sia fresca fresca di composizione oppure cosa già dormiente nel solito cassetto della scrivania. Fatto è che largamente conferma le nostre precedenti impressioni, in maniera esplicita: che la poesia della Pizzo emerge da uno sfondo di divenire e di morte, alla ricerca di un orizzonte simbolico capace di dare senso all’insignificanza della morte (si veda la nostra presentazione di A forza fui precipizio, edito da Lietocolle). Poi, intorno a questo nucleo centrale si dispongono altri elementi (lo stile ad esempio, l’ironia contro-fobica, la forza descrittiva delle immagini, la parabola sognata, la ripresa – in questo caso di Dante – e altro ancora); ma l’elemento centrale resta sempre questa ossessione del pensiero della morte, che in alcuni tratti sembra riecheggiare un certo gusto medioevale (si pensi ai Carmina Burana) o certe iconografie barocche o manieriste.
L’insieme ha indubbiamente un forte carattere: questa raccolta, più ancora di A forza fui precipizio, ha infatti una costante caratteriale (decisione, tagli netti, forte emotività, incisività, forza intellettuale) che trova riscontro anche nello stile (pulito, preciso, capace di condurre con autorevolezza il lettore nel suo orizzonte tematico); e questo risultato non deriva soltanto dalla coesione tematica (inevitabile, data la rilevanza e la centralità ossessiva del pensiero della morte) ma anche, e lo si vede dall’eloquio, da una capacità ormai solida di “pensare nel linguaggio della poesia” (della sua poesia ovviamente), ossia nella raggiunta maturità di uno stile personale – nel senso che è stato scelto, pensato, psicologicamente accolto e deciso. Il che significa che (questa è la mia impressione) con questo linguaggio e con questo stile la Pizzo chiude una stagione creativa caratterizzata però anche da una ricerca stilistica e ne apre un’altra, nella quale l’attenzione di decentra dalla forma, ormai acquisita e decisa, e si concentra sul tema.”

Gianmario Lucini

 


La prima cosa che viene in mente leggendo le poesie di Guido Catalano è che si tratta di liriche sorridenti. I versi sono spesso apertamente giocosi, ironici, divertenti. Eppure non sono propriamente comici: il loro tono è sostanzialmente lirico, affettuoso; la loro ironia, spesso anche autoironia, a volte è persino dolente, e la loro giocosità è diretta ad includere fiduciosamente il lettore entro un cerchio di calorosa amicizia.
Sono poesie che fanno uso di un linguaggio colloquiale, quello di tutti i giorni, e si rivolgono al lettore come in presa diretta, non solo evitando i diaframmi dell'uso di forme letterarie, ma anche riproducendo l’immediatezza del proprio farsi. Sembrano nascere e vivere in colloquio con il lettore. Non però solo nel colloquio silenzioso da singolo a singolo (da solitario a solitario) che lega a distanza ciascun poeta al proprio lettore attraverso la pagina o lo schermo di un computer: queste poesie hanno una vitalità che immediatamente fa pensare che vogliono essere lette ad alta voce e accompagnate dal gesto, che pretendono non solo una condivisione ideale, ma un vero e proprio scambio di natura teatrale. Non a caso Guido Catalano, oltre che un poeta gentilmente giocoso e affettuoso, è anche un uomo di teatro, un attore che propone felicemente i suoi testi in spettacoli itineranti.
Dalla biografia di G. C., già ricca di avvenimenti, risulta che il giovane poeta ha fatto televisione e teatro, pubblicato libri, organizzato eventi culturali. Attualmente, insieme ad Arsenio Bravuomo, capeggia una carovana di poeti girovaghi che si esibisce in un reading-spettacolo già acclamato in alcune tra le principali città italiane. “Love poetry! tour” è il nome dato alla carovana e allo spettacolo stesso.


Anna Setari



Il 3 febbraio di quest’anno (a. d. 2007) si è celebrata una singolare ricorrenza: il cinquantesimo anniversario di Carosello, la più popolare, la più longeva e forse la più amata trasmissione televisiva nella storia della televisione italiana.
Non so quanto Franz Krauspenhaar abbia voluto partecipare a questa celebrazione, o se ne sia stato ispirato per il suo “Monoscopio segreto”; fatto sta che il nuovo poemetto dello scrittore e poeta (già noto ai lettori di Feaci Poesia, ma non solo), viene pubblicato (prima su Nazione Indiana, ora in questo sito, in formato di e-book e in versione completa) proprio allo scoccare dell’anniversario stesso. Operazione tempestiva e poemetto d’occasione, si direbbe dunque, non fosse che la compiutezza e la complessità dell’opera presuppongono una gestazione lenta, perciò precedente alla ricorrenza. Peraltro il poemetto non indulge a nessuna celebrazione, presentandosi invece come un racconto-confessione privato, intimo (“segreto”), ricco di risonanze affettive.
L’opera rivela immediatamente le intenzioni autobiografiche, proponendosi come racconto dell’infanzia (dell’innocenza) perduta, come confessione e rievocazione di quell’infanzia. Ma la ricognizione appare duplice: dell’infanzia personale del poeta e di quella dell’Italia del boom economico. Lo sguardo innocente del bambino incantato dagli sketch pubblicitari di Carosello è specchio a un’altra infanzia: quella, appunto, della fantasiosa e troppo ottimista Italia degli anni 50-60. La naïveté del caro, indimenticabile Carosello è, potremmo dire, paradigma perfetto dell’ingenua infanzia di un popolo, tradito poi nelle sue aspirazioni e nei suoi sogni.

Strutturalmente il poemetto è costituito da una rigorosa, fedele elencazione-trascrizione degli slogan di Carosello giustapposti a delle icastiche descrizioni di sketch visti, alternativamente, con gli occhi del bambino e con quelli dell’adulto. Il poeta dice “il bambino”, senza mai usare la prima persona, e fin dalle prime note è subito chiaro che sta parlando di se stesso bambino. C’è una sorta di compiaciuta e quasi onirica regressione nel racconto; ma alla voce dei personaggi di Carosello, alle ingenue filastrocche e ai tormentoni si sovrappone, in controcanto, la voce dell’adulto disincantato, che agli accenti di commozione alterna toni di crudo sarcasmo e d’amarezza. L’amarezza del disincanto, appunto, nell’attimo in cui lo sguardo retrospettivo scopre che non c’è solo Carosello, in quell’infanzia. L’adulto inesorabilmente vede ciò che sta attorno alla scatola magica e al bambino-telespettatore, riconoscendo, smascherando con amarezza, a tratti con sadismo, una drammatica divaricazione tra il mondo fantastico del bambino e il suo mondo reale. Di quest’ultimo viene mostrato più di uno scorcio, abbastanza da lasciar indovinare, al di qua dello schermo, un’infanzia non propriamente idilliaca e non del tutto felice. Un’infanzia drogata, anestetizzata da Carosello (come altre infanzie, e non solo quelle di allora…).
La sequenza delle immagini, di quelle che passano dentro lo schermo e del se stesso bambino, scorre con allucinata rapidità. Ad ogni quadro ne traspare, in filigrana, un altro, da cui subito il poeta ritrae lo sguardo per passare rapidamente allo slogan successivo, al nuovo quadretto: “Tacabanda!”.

Pare che non manchi nessun personaggio, nessun prodotto (tra quelli reclamizzati dal vecchio Carosello), in questa stupefacente passerella di cartoni, di subrettine, di attori e attorucoli che animarono il famoso teatrino. Il racconto è ambizioso: vuole essere una rappresentazione esauriente e definitiva di quell’infanzia in bianco e nero. Ed ecco le massaie che cantano “le gioie dell’Aiax”, l’Alka seltzer che “sfrizzola” nel bicchiere, La dolce Euchessina somministrata anche ai bambini cattivi (“perché non esistono bambini cattivi, ma solo indisposti”); il cantante Nicola Arigliano “allampanato/col nasone da cartone animato” del Digestivo Antonetto; Cimabue il pittore pasticcione; l’attricetta Marisa Del Frate dai denti sfavillanti per aver usato il dentrificio Durbans; il Calimero pulcino nero a cui nessun vuole bene (ma non è nero: è solo sporco); il condor Jo Condor e il gigante buono che lo castiga; il caballero misterioso nella pampa misteriosa che cerca la sua Carmencita; il maciste della Plasmon (e il bambino che vorrebbe diventare come lui); l’ilare Gino Bramieri (milanesissimo, come Franz Krauspenhaar) che inaugura l’era della plastica; Bice valori e il suo olio dietetico; il biondo, cortese barman Alighiero Noschese (perché un Rammazzotti fa sempre bene, tanto che il trasformista finisce per spararsi); il dechirichiano cavallo bianco del bagnoschiuma Vidal; il vigoroso “pugno corazzato” dell’amarissimo Petrus…
Anch’io appartengo alla generazione di Carosello (anche se sono un po’ più vecchio di Franz), e, a occhio e croce, mi sembra proprio che la galleria sia completa. Ed è assolutamente stupefacente la vividezza della rievocazione: tanto da suscitare una totale partecipazione emotiva del lettore, che sorride divertito, commosso… e rattristato.

E’ stato detto che alcuni di quegli slogan, di quegli sketch, erano dei piccoli capolavori (spesso venivano chiamati registi e autori di tutto rispetto a idearli e realizzarli): ben fatti nella loro compiutezza, semplicità e incisività; com’è ben fatto, incisivo e compiuto il poemetto di Franz Krauspenhaar, che ancora una volta si segnala per le sue qualità di narratore.
Poesia squisitamente narrativa, infatti, quella di Krauspenhaar, ben lontana dalle rarefazioni solipsistiche come dalla sciatteria paroliberistica di tanta poesia contemporanea. Il poeta qui rappresenta, descrive, si preoccupa della perspicuità del testo e del contesto, dosa con sapienza gli spunti autobiografici. Il personaggio del bambino ha dei connotati definiti, delineati con rapidi e sicuri tratti; le emozioni e l’immaginario infantile (del bambino bersagliato dal carosello di sollecitazioni fantastiche) sono plausibili; i versi e le pause ricalcano la scansione di una sintassi articolata.

La conclusione del poemetto è amara (e l’amarezza è il sentimento di fondo che traspare da tutta l’opera): dopo Carosello, tutti a nanna; ma è anche il momento del risveglio alla realtà adulta di quello che è stato l’ultimo bambino della storia, il risveglio dei “bambini/panda, forse gli ultimi/della specie umana”. Anche la pubblicità, ormai, è fatta per gli adulti, per bambini precocemente cresciuti, derubati dell’infanzia proprio dal loro principale tutore e pedagogo: la televisione.
Non è del tutto chiaro, nel finale, quanto Calimero, povero papero, sia stato “seviziato” già da Carosello, o se la sevizia sia stata compiuta soprattutto dopo, per ciò che all’epoca di Carosello è seguito. Ma certo le sevizie di allora, se tali furono, non ci guastarono quanto quelle di adesso. Sia come sia, lo scrittore, negli ultimi versi, pare evocare un dolente scenario da “fine della storia” (perlomeno di una storia privata):
“Qualcuno di noi spalma/il suo formaggino/sull’ultima fetta”.
Le nostre conclusioni sarebbero ancora più amare, apocalittiche: Eccoci a spalmare, tutti quanti, il nostro formaggino sull’ultima fetta.

Giovanni Monasteri



Per quanto possa sembrare incredibile, la vocazione letteraria di Zena Roncada si è rivelata e ha trovato per la prima volta espressione solo quando lei ha aperto un blog. È nel suo blog, infatti, e in altri spazi della Rete dedicati alla scrittura di qualità, che questa bravissima scrittrice ha pubblicato per la prima volta i suoi testi. In precedenza Zena aveva curato e pubblicato solo delle corpose antologie letterarie per la scuola.
Senza la Rete, dunque, la biografia di Zena Roncada avrebbe potuto essere quella di una professoressa d’italiano, che coltiva fiori d’ogni specie nel suo bellissimo terrazzo (più che un terrazzo, un giardino pensile, un orto botanico) e scrive ricchi testi scolastici. Sarebbe stata tutta qui la sua storia, non fosse che, a dilatarla nel tempo e nello spazio, altre storie hanno preso a germinare numerose e quasi per virtù propria in quel suo terrazzo. E alla stagione giusta c’è stata la stupefacente fioritura di quei delicatissimi poemi in prosa, poi raccolti col titolo di “Terrazzi tra i muri”, che, apparsi per la prima volta nel suo blog Pesci di nebbia, lo hanno reso in breve tempo un cult.
Hanno una natura vegetale, le storie di Zena. Dallo spazio deliziosamente fecondo di quel terrazzo, infatti, si sono poi propagate, sarmentose, scendendo e diramandosi lungo segreti percorsi nelle campagne circostanti - in quel paese di nebbie morbide e silenzio, dove l’argine del Po diventa il confine di un luogo favoloso di memoria e racconto - il luogo, appunto, dove accadono le storie.
Questo luogo coincide con un’area geografica precisa, quella di un certo paesino del mantovano. Ma nominarlo sarebbe fuorviante, perché non è quella la geografia cui ci rimanda la narrazione di Zena, bensì un’altra, più interiore e più fitta di intrecci e sotterranee ramificazioni, definita dal titolo di questa raccolta, apparentemente piano e quasi dimesso, come piane e dimesse sono spesso le più efficaci formule di incantesimo: “Qui da noi”.
Incipit di gran parte delle storie, qui da noi è la nota magica che le suscita e che delimita lo spazio della scrittura, estraneo a ogni concreta mappatura geografica. Come il c’era una volta delle favole, qui da noi proietta immediatamente il lettore nel luogo non altrimenti definibile del racconto, che ha un una coloritura di favola eppure rappresenta una realtà riconoscibile e familiare - antica, lontana e tuttavia presente e viva: qui.
La formula evocatrice è potente e ha qualcosa di sacrale, come aprire un album di antiche foto in bianco e nero con gesto infinitamente affettuoso. Qui è un luogo immutabile, metastorico, eterno presente della memoria, anche se chiudere gli occhi e ritrovarlo può pungere di nostalgia.
Qui da noi designa un’appartenenza, è un amoroso abbraccio che raduna la famiglia, una carezza che suscita cari fantasmi e li depone con delicatezza sulla scena.
Zena dà l’impressione di trascrivere le sue storie, più che di scriverle. Quelle storie sembra che esistano prima della scrittura, che non possano essere raccontate se non con quelle parole, con quel verso lungo (o quel capoverso breve), con quel ritmo. Nel ritmo di quei versi, o capoversi, si riassaporano i modi (e il senso) di un raccontare antico che fa corpo con la storia stessa, e che la scrittura ritrova con stupefacente naturalezza. Ci sono storie - anche questo è un incipit frequente di questi racconti - ci sono storie, tra quelle che Zena racconta, in cui sembra quasi di assistere a una celebrazione liturgica. E poi ci sono storie, o meglio evocazioni, raffigurazioni, in cui le cose vengono semplicemente nominate, elencate (“l’argine e la golena, il maschio e la femmina, le robinie selvatiche e i fiori del diavolo…la Coop… i canali grassi di rane e magri di acqua”): la nuda nominazione già dice tutto il paesaggio, tutto un luogo e la sua storia.
Una cosa colpisce particolarmente leggendo i testi di Zena Roncada: la limpida e affettuosa adesione delle parole alle cose, la loro capacità di seguirne il movimento e, come lei stessa scrive in uno dei suoi deliziosi poemi in prosa, di cambiare “per seguire le cose o il cuore”. È una scrittura mobile e mimetica, questa, che aderisce perfettamente alla materia; diventa le cose stesse. Zena Roncada, consapevole della potenza evocatrice delle cose-parole, le tratta con estrema delicatezza, con rispetto, con amore e devozione
Zena Roncada possiede all’estremo grado il gusto delle (per le) parole. Un gusto, propriamente, che si avverte nella bocca, prima di diventare musica. La scrittura procede per lemmi calcolati, torniti, per piccoli e lenti bocconi saporosi. Una scrittura affabile, carezzevole e sensuale, che richiede l’attenzione di tutti i sensi e li sollecita così abilmente da provocare a volte delle vere e proprie allucinazioni olfattive, gustative, visive.
Tanta vividezza della rappresentazione è ottenuta grazie a una tecnica che potremmo definire acquerellistica. Zena è un’acquerellista della scrittura. Il tocco è leggero, rapido, delicato e preciso; ma più il disegno è tenue, più s’incide nell’immaginazione. La forza della scrittura di Zena, la sua felicità, è proprio nell’uso dei mezzi toni, delle sfumature. Piace, alla scrittrice, avvolgere paesaggi e figure nella nebbia, stemperarle in quest’acqua sottile e impalpabile; e la nebbia, infatti, è spesso presente nei paesaggi che Zena dipinge e nelle storie che racconta. La nebbia è uno sfondo, un velario, da cui le cose evocate emergono come i passanti o i ciclisti lungo le strade invernali, rivelandosi quasi come fantasmi e già disponendosi a sparire. È anche un collante, un abbraccio che tiene insieme le cose mentre ne dissolve i contorni. Nella nebbia le cose si confondono, “sono più vicine e si prestano qualcosa”. La nebbia dà un senso di intimità, di vicinanza, di comunanza, e al tempo stesso allontana la visione, la fa remota e antica. La nebbia, infine, è un artificio scenico nel teatro della memoria: un effetto flou, una seppiatura che colora d’antico e di nostalgia i personaggi, e che ne rende possibili le metamorfosi, l’indicazione retrospettiva di un destino.
Zena Roncada è una scrittrice affabile. Lo è anche la persona: affettuosa, affabile, come sanno bene quanti la conoscono. E il suo sguardo sulle cose è come lei: affettuoso, limpido, incantato; nel senso che si rifiuta di essere disincantato, non vorrebbe mai esserlo, malgrado la saggezza della persona e le malizie della scrittrice. Proprio a questo serve raccontare le storie, vere o “bugiarde” che siano: a preservare quello sguardo limpido e incantato che fu di un altro tempo, di un altrove che è ancora e sempre qui.

Anna Setari, Giovanni Monasteri



La lettura delle poesie di Isabella Boscolo propone la visione del mondo, solo in apparenza semplice e disincantata, di una bambina/donna che ha il dono (o la sfortuna, dipende dai punti di vista) di cogliere il senso della vita - al di là della sua apparente semplicità - nella sua reale tragica complessità esistenziale.

Tra tutte le parole / trovo predilezione / per quelle quotidiane... E’ la parola quotidiana, per Isabella Boscolo, la chiave per penetrare l’arcano segreto dell’esistenza, la sua irriducibile a-razionalità, il non-senso inspiegabile dei moti che animano la coscienza e tra i quali è unicamente l’amore, non mai platonico, ma carnale e passionale (l’amore che strappa i capelli, direbbe De Andrè) uno dei pochi sentimenti in grado di rendere il nostro vissuto degno di essere ricordato e rielaborato.

Intessuta di suggestivi echi di autori classici, soprattutto pascoliani (potremmo quasi dire che la poesia di Isabella Boscolo ripropone – al femminile – la tematica della fanciullina), la silloge "Feste Sconsacrate" è una implicita o esplicita rielaborazione delle cosiddette "feste", ovvero dei momenti umani importanti dell’anno solare (il carnevale, l’Epifania, il due giugno, Natale, San Valentino, ecc.). Questi giorni della vita vengono da lei "sconsacrati", ovvero privati del loro iniziale significato e utilizzati per intraprendere un viaggio nella propria psiche, nella propria identità profonda. La finalità di questa auto-analisi non è terapeutica, è questo un viaggio interiore con nessun altro scopo che riscoprire, cristallizzare sulla pagina scritta le proprie emozioni, la propria identità affettiva, le proprie ansie e le proprie gioie.

Il verso poetico di Isabella Boscolo ha una sua suggestiva levità, intessuto com’è di settenari dolcemente rimanti e assonanti, quasi una ninna-nanna in grado di rievocare l’essenza più intima del proprio essere femminile (e tu – dice - che fai? / niente, rispondo io / trascrivo del mio cuore / le cadenze, il ronzio). In Isabella Boscolo il settenario, metro solo apparentemente ingenuo, si anima di luce propria, illumina le parole più semplici della lingua italiana incarnandole di tragica sensualità, a volte ludica ma più spesso cupa, dolente, disincantata.

E in questa visione del mondo Isabella Boscolo, eterna bambina che non vuole o non può crescere, ma che fa continuamente trasparire dalla sua poesia una sensibilità affettiva di donna matura, ci propone la forza contraddittoria di versi che paiono uscire dall’alba della poesia, versi in grado di rivelarci la tragica bellezza della vita che nonostante tutto (così almeno pare farci intendere Isabella) merita comunque di essere ricordata e – per quel che avanza – ancora di più essere pienamente vissuta.

Renato Ornaghi



Anna Mallamo è la più grande scrittrice siciliana vivente.
Glielo dico con sincera convinzione: sei la più grande scrittrice siciliana vivente. Ma lei, messinese d’adozione, ribatte che è nata a Reggio Calabria.
Anna Mallamo non ama parlare dei suoi poemi in prosa e dei suoi racconti. Quando il lettore entusiasta tenta di interrogarla sulla sua felice ispirazione (perché la sua è innanzitutto una scrittura felice, in cui il piacere di raccontare si dilata nella gioia del favoleggiare), lei appare evasiva, impaziente. Occasionalmente le càpita di ammettere che la scrittura è per lei come una febbre terzana: ogni tre giorni deve assolutamente scrivere: un racconto, un onirigramma, una canto del suo poema frammentario (che appare sempre meno frammentario, via via che la lettura procede); ma di solito non le piace che si parli della cosa. Ha l’aria di non voler figurare come autrice dei suoi testi, di non volersene assumere la responsabilità, la maternità. Nei testi stessi non è ben chiaro chi scrive, di chi è quello sguardo incantato, chi riferisce di quelle visioni. Ogni tanto dice “io”, ma il più delle volte l’“io” non è quello di una narrazione in prima persona, per quanto anche l’autobiografia sia presente per scorci allucinati, maschera mutevole e fantasmagorica in una splendida féerie: dietro quell' “io” il lettore avverte la presenza di una pluralità di soggetti. Non è lei a scrivere, a cantare (neppure quando scrive le pagine di un doloroso diario), ma gli avi, i lari, il mare, gli dèi, le case che muoiono, i segreti che le case custodiscono, i pesci veri, i pesci dipinti, Dioniso in sembianze di lupo, Horus dalla testa di falco, il mare femmina, l’angelo della morte: e tutto precipita in un incantato catalogo di sontuosi relitti da salvare dalla dispersione e dalla rovina: reperti con cui comporre significazioni e da far rivivere in un gioco felice di citazioni, parafrasi colte, mormorazioni ecolaliche, stupori infantili, cataloghi di figurazioni poetiche, nomi che evocano altri nomi, che evocano altri nomi…


Anna Mallamo ha bisogno di fingersi, nell’atto creativo, posseduta da forze oscure. Ma la sua scrittura appassionata, barocca, visionaria, una scrittura che può permettersi picchi di solennità, di rapimento, di invasamento quasi, sorprendentemente risulta essere anche lucida, sorvegliata, nitida, sapiente nella costruzione e nel ritmo. L’inizio di ogni racconto è un rapido balzo in un “cerchio sacro”; e lì dentro, in quel cerchio, tutto è immediatamente trasfigurato: il paesaggio, le cose che sono, quelle che non sono più, quelle che vengono all’esistenza grazie al rito sacrale della scrittura che le evoca. Una tale visionarietà trasfigurante tuttavia non impedisce, a chi conosca i luoghi dove la scrittrice vive, di riconoscerli immediatamente. Anzi, essi appaiono ancora più riconoscibili in quei loro sontuosi simulacri, a volte scorporati da ogni contesto e smisurati, colti in una pensosa fissità da pittura metafisica.

L’ispirazione intermittente e imperiosa (la febbre terzana), l’immersione dionisiaca nel rito della scrittura - ma in feconda tensione con l’apollineo, con le suggestioni formali - suggerisce anche l’idea della pendolarità, dell’andata e ritorno da un luogo non lontano ma da lontanare e ritrovare. Tutti gli scrittori siciliani, e anche i quasi siciliani, non sfuggono al destino o al tema dell’esilio. E così pure Anna Mallamo, che va e viene dal luogo stregato della scrittura come il ferryboat da Messina a Villa San Giovanni. Anna si figura che l’altra sponda sia il luogo dove vive - o dove ha vissuto - un’altra Anna, un’ava, e prima ancora un’Anna ancestrale che in lei si è trasfusa Questa espansione del sé, cronologico e spaziale, accade durante il viaggio, dura il tempo dell’andata, e poi il tempo del ritorno. La scrittura avviene durante il tragitto, sulla nave che la traghetta in un altrove mitico. Privilegio concesso dagli dèi, quell’altrove è ad una breve, giusta distanza, al di là dello stretto che è lo spazio sacro della scrittura. Tra il luogo dove lei vive e il luogo da cui proviene passando per infinite generazioni, c’è lo stretto necessario, sulle cui acque antiche la scrittrice si augura che mai possa incombere un prosaico, orribile ponte di acciaio e cemento. “Ulisse non ci passerebbe mai, là sotto”, dice.

Anna Mallamo, sorprendentemente, è una scrittrice del tutto inedita (se si escludono numerose pubblicazioni in alcuni blog - molto frequentati - e siti letterari). A quanti auspicano che lei voglia trovarsi un buon editore (di libri cartacei) risponde che sulla terra grava già troppa carta stampata. Credo sia - realmente - l’idea del peso a non andarle a genio, come ogni genere di pesantezza e di consistenza; come i contorni soliti delle cose. Per questo ama scrivere in un blog. Eppure Anna Mallamo deve aver letto tanti libri! Tra le cose nominate, infatti, si riconoscono anche altre descrizioni di luoghi e fatti, poemi e antefatti del nuovo poema, luoghi anch’essi e linee di fuga in un disegno via via più coerente, convergenti verso quell’unico tratto di costa che diventa tutto il mare, un “mare femmina” e perciò buono, materno. Le storie di sirene e naufragi? Tutte da riscrivere - perché il mare non è nemico; e anche le onde anomale sono una stupefacente bugia. Come Scilla e Cariddi.

Giovanni Monasteri


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