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IN MARGINE |
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| Mario Bianco Piergianni Curti Ugo Gomiero Massimo Tosco (Agenzia Poetica Torinese) Poesia della pittura |
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| Agenzia Poetica Torinese
L’Agenzia Poetica Torinese ha una lunga storia. E’ stata
fondata nel 1776 dal Cavalier Alessandro Sappa, patrizio alessandrino.
Personaggio ingiustamente dimenticato, il Sappa ebbe nell’ultimo
scorcio del Settecento notevoli meriti poetici e patriottici. Il suo
ideale letterario si andò strutturando in netta polemica con
l’aristocratico individualismo di Vittorio Alfieri.
Nel giugno 1979 l’Agenzia Poetica Torinese partecipò al
Festival di Caltelporziano e i quattro poeti ebbero modo di cimentarsi
in bella tenzone poetica con Allen Gisberg, Ferlinghetti, Evtuscenko,
Bellezza e tanti altri, ricavandone la limpida consapevolezza della
validità ed eccellenza del progetto poetico dell’A.P.T. |
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| Piera Ventre Bella figlia dell'amor |
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Ci
vuole fiato. Per inerpicarsi tra le righe di Piera Ventre ci vuole fiato.
Fiato sospeso, fiato sorpreso tra mille curve che spingono alle spalle
su declivi dolci e precipizi improvvisi. "Solchi, e poi discese./Piccoli
incavi morbidi - il velluto pettinato di certi prati verdi verdi - oppure
asperità". Ci vuole la sospensione di un angolo per ciascun
ventricolo di cuore per disporsi ad accogliere la densità dell'emozione
che la "bella figlia dell'amor" ricama in versi ribelli alle
gabbie della rima, catene liriche che non vanno daccapo, come bambini
di carta che si tengono per mano. |
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| Anna Mallamo Angeli e case |
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| Forse
all’inizio c’era una piuma spersa, una giuntura di metallo,
un petalo di rosa calato dal corpus domini. Oppure una tasca di vestaglia,
un trispito, nascosto sotto un letto che si lasciava viaggiare. O
magari, invece, all’inizio c’era un’idea che camminava
all’indietro, un ragionamento che non si lasciava pettinare, una
pena messa sul tornio e poi infilata nel rintocco di una campana. Certo
uno sguardo, c’era, sporco di cantiere e luna. Così
nacquero Angeli e Case, a portare notizia di un altrove, che
si dà dentro le cose, i pensieri e gli sguardi. Case a gorgo, che evaporano, ondeggiano, inghiottono e restituiscono presenti passati, perché le stanze imparano a memoria i tempi e li covano nell’ombelico. La
scrittura di Anna Mallamo ne è ospite mobile ed inquieto, fra
liste ed elenchi che fanno da pilastro a multiversi rotanti. ... Anche per Nostra Signora delle Brioches, santa e pagana e conservatrice dello Stretto, ingannarsi è facile, e perfin piacevole – il tipo d’inganno più letale. Si potrebbe credere che la sua scrittura fluida sia fatta d’aria e d’altura. E invece. E invece ogni parola ha radice, e succhia consistenza da vite ipogee, da storie di basalto, dalle venature che frastagliano le placche tettoniche dei continenti. Ella ci ammalia con la sua penna barocca e succosa e, vigilando sullo Stretto nebbioso, sembra dettare il ritmo alle onde d’alta marea, mentre governa invece quelle telluriche. Ma io, ah, io no, io non cedo al sortilegio, e so che ogni parola sua viene da un sottoscala di memorie del sottosuolo, solida ed esatta e inaspettata. Anche quando racconta di Angeli e case. Cosa sono infatti, le case, se non l’espressione geometrica delle nostre vite, base per bassezza, e volte non si può nemmeno dividere per due in modo da avere il resto? E del pari, non ne sono la stessa espressione, ma in forma questa volta non euclidea, gli angeli sfrattati e stanchi, irregolari e mariuoli, sensuali e vitalissimi? Gli uomini hanno inventato le case, o gli angeli gli uomini, o le case gli altri due. Manginobrioches non lo dice, ma in fondo poco importa; l’importante è che i mondi continuano a esistere, finché qualcuno li racconta. Se poi, oltre a dipingere con le parole, si parla anche con la pittura, come fa nello stesso libro Mario Bianco, cartografo di colori e sogni, con i suoi acquerelli di angeli trispiti e bugiardi e senzatetto, allora i mondi si specchiano e si moltiplicano, e basta un niente – un voltare pagina, un premere di mouse – per farli interamente, e senza obbligo di restituzione, per sempre nostri. Flaviano Fillo |
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| Antonella Pizzo I morti non sono nervosi |
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Bisognerebbe
leggerla per intero, questa raccolta di Antonella Pizzo, per apprezzarne
le qualità e l’indubbio valore. Non sappiamo se sia fresca
fresca di composizione oppure cosa già dormiente nel solito cassetto
della scrivania. Fatto è che largamente conferma le nostre precedenti
impressioni, in maniera esplicita: che la poesia della Pizzo emerge
da uno sfondo di divenire e di morte, alla ricerca di un orizzonte simbolico
capace di dare senso all’insignificanza della morte (si veda la
nostra presentazione di A
forza fui precipizio, edito da Lietocolle). Poi, intorno a questo
nucleo centrale si dispongono altri elementi (lo stile ad esempio, l’ironia
contro-fobica, la forza descrittiva delle immagini, la parabola sognata,
la ripresa – in questo caso di Dante – e altro ancora);
ma l’elemento centrale resta sempre questa ossessione del pensiero
della morte, che in alcuni tratti sembra riecheggiare un certo gusto
medioevale (si pensi ai Carmina Burana) o certe iconografie barocche
o manieriste. Gianmario Lucini |
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