Feaci edizioni
Bianca Tarozzi
 
  da "Prima e dopo"


Testi tratti da "Prima e dopo", Milano, Quaderni di Via Dogana, Libreria delle donne, 2000.


Mia madre


Mia madre era lontana col pensiero:
non era mai dov'ero. Ritornava
a un altro tempo, nella vecchia casa
dalle finestre in alto, fiorentina.
Lì da bambina
guardava il cielo — se lo ricordava
cilestrino, leggero. Quel colore
pastello era rimasto nel suo cuore
insieme a un'altra immagine di allora
— la sua — nella réclame della Nestlé.
L'anno era forse il Novecento e tre.
Un montaggio: lei stessa singhiozzava
senza la cioccolata che quell'altra —
la bimba fortunata —
mangiava impiastricciandosi la faccia.

Réclame del malaugurio! E certo lei
senza piangere più, pure ebbe in sorte
d'essere sempre dove non voleva,
di non avere quello che cercava
eccetto il cielo dipinto nella mente,
cilestrino, leggero, il cielo sempre.



Un viso

Alle otto al telefono una voce
mi dice: "Non c'è più." E io
senza fiatare, senza replicare
altro che "sì", accompagno la bambina
all'asilo. Al momento di attaccare
alla fila dei bassi attaccapanni
la minuscola giacca colorata
mi fermo, e all'inserviente
che non c'entra per niente
che è lì per caso, dico:
"Oggi è morta mia madre".
Lei risponde qualcosa che non sento
ma il viso resta spento, indifferente,
e io ritorno, sola, al mio silenzio.
Ora quel viso,
quando lo vedo, mi ricorda il giorno
che non ricordo salvo per quel viso:
un viso spento, lontano, rotondo—
estraneo, come si era fatto il mondo.

 

 


Dopo

Dopo
che hai fatto la valigia, spento il gas,
spente tutte le luci, chiuso l'uscio,
chiuso il portone, quando
ti appoggi a un muro e temi di cadere
e aspetti un mezzo, un modo
per andare lontano,
quando il cielo è sereno,
blu e sterminato sul cavalcavia
e tu non hai passato né futuro,
in quel momento vuoto
si accampa la poesia.


-------------------Smemorata-------------------


I . La stanza


Apro gli occhi. La stanza
è altissima, colore cilestrino
sbiadito - un grande armadio
copre, di fronte, tutta la parete.

Che strano letto! D'ottone, a colonnine
quadrate: la testiera
è appannata, con macchie verderame
sulle ghirlande e i cippi.

Come mai sono qui? Cos'è accaduto?
Di chi sono quei visi preoccupati,
silenziosi e allarmati, che mi spiano?
Una casa, dev'essere, in cui certo

mi conoscono... come sono fiacca!
E quella è la mia giacca,
sulla sedia?
Una grande finestra, alla sinistra,

ha tende grigie, come impolverate,
da cui traluce, molto fioco, il giorno.
Che pallidi colori! L'impressione
è che il tempo ristagni tra le tende.

Da quando sono sveglia vado in cerca
di qualcosa, qualcosa che mi sfugge…
"Hai battuto la testa
proprio contro lo spigolo del muro,

sei caduta in terra senza un grido",
mi dicono, ma io
il mio passato l'ho dimenticato.
Che fare adesso? Fingo di sapere?

Forse ho una storia mia!
Oh, che sollievo, se ne vanno via!
Ora voglio restare
Sola, per ricordare.


II. Il teatrino

Alla destra due casse, e lì il teatrino
con le quinte e i fondali: la foresta,
il castello turrito ed il giardino
— poche scene essenziali, a cui non manca

la stanza, con il tavolo e la panca,
minuscola, pulita e poverissima,
da cui sempre comincia l'avventura,
la favola, la storia, e alla sventura

poi succede la gioia.
E questi, i burattini. Ritagliati
dal libro delle maschere, dipinto
da Sandro Cervellati,

incollati al cartone, con la testa
traversata da un filo, le ondeggianti
Rosaure, Colombine e Smeraldine,
gli Arlecchini e i Dottori:

attori di fortuna sulla scena
improvvisata delle mie chimere.
Questo è il mio tavolino di malata
pieghevole, laccato in color panna,

e il libro squinternato
di Adami, intitolato
"La città dei balocchi"
dove lessi "Il testamento d'Arlecchino"

in una strana lingua con le x
per tutto il tempo della malattia.
Questa è la mia
cartella con le storie da inventare:

strano, credevo fosse andata persa!
Questo è l'album dei troll, da colorare
coi pastelli di cera: le creature
senz'anima dei boschi, con la coda,


allegri e sporchi, senza alcuna legge.
E questo è il mio erbario! S'era perso
o forse me lo avevano nascosto
tra i vecchi libri, e qui c'è l'annuario

della Domus , un diario mai usato,
con le ricette a lato, una per giorno.
Sulle pagine bianche, ora non so
che cosa scrisse il tempo: giuochi e sogni

di certo, e tra le favole, trascritta
soltanto nella mente, la mia favola,
la prima che ascoltai: storia di un re
infelice e di tre

fanciulle chiuse nelle melarance.
Due di sete morirono; la terza
miracolosamente si salvò,
sopravvisse alle altre, si sposò...

visse felice forse... come fu?
Non la ricordo più la strana storia
che ascoltai tra i castagni da una bella
novellatrice, da una mia sorella

più grande, d'elezione.
Fu a Badi, forse; non c'è più ragione
ora di ricordare quel paese
senza pretese, credo, mai sentito

più nominare, dopo.
Fu a Badi, a Badi che mi innamorai?
Dei castagni, del vento tra le foglie,
della radura all'ombra della felce?

Perché mai, altrimenti
torna, nei sogni, sempre, il castagneto
tra il sole e l'ombra, quieto
immobile e fantastico paesaggio?

Altrove il faggio
lievemente sussurra; ma il castano
albero arcano,
nodoso e cavo, trasmette una magia

un potere che resta, o che ritorna.
Via dal frastuono, muta,
la scena, vuota,
della radura, torna.


III. La strada

Sì. Cammina e cammina
per la strada sbagliata,
bianca, quella bambina
non ritrovava più le cose note:

dov'era la sua casa,
sul lato della strada,
con due sedie sui lati della porta,
la grande sporta

di paglia piena di fagioli secchi
da sbucciare e nel cesto quattro stecchi?
E il lavatoio lì, di fronte a casa,
di pietra grigia, sotto la tettoia?

Era tutto scomparso. Ed era mai
esistito davvero?
Alto nel cielo
le nubi trasvolavano di fretta

senza badarle: e presto un temporale
si annunciava, e un gran vento
soffiava. Fino a che
lo capì: quella strada non portava

a nulla, quella
era una falsa strada, dritta e muta
non abitata, non riconosciuta.
Si fermò; in quel momento

vide quattro stradini col piccone:
battevano, battevano la strada,
per migliorarla, o forse per pulirla,
per renderla più dritta, per rifarla.

Dissero che il paese era lontano
e da tutt'altra parte, e lei
ripercorse la strada sconosciuta
per tornare da dove era venuta.


Così era cominciato, il grande viaggio
fatto di traiettorie contrapposte,
percorse , poi negate e riproposte
in altra direzione, all'infinito:

e il viaggio era scandito
da poche frasi con gli sconosciuti
ch'erano lì per caso, nel momento
in cui mutava il senso dell'andare.

Strade percorse in sogno, grandi case
esplorate, e le chiese
immense, sconsacrate,
e altissime muraglie

come palazzi assiri
o montagne scolpite come a Petra
in un paesaggio senza spiegazione,
in un silenzio senza una ragione.

La strada che non sai dove ti porta
è più lunga, più lenta: ad ogni passo
qualche cosa ti tenta, ti costringe
a fermarti, ti spinge

dietro la curva, o in un sentiero a lato:
per vedere la felce chiaroscura
o un grande masso, in mezzo alla radura
davanti a un casolare abbandonato.

No, non era la meta ad incantare:
era l'andare senza alcuna meta.


IV. La città

Ma la città è turrita e vasta, a raggio;
pure il santo patrono
la tiene sulla mano, la protegge
nel gran quadro che amo.

Le case sono rosse, sono tozze
sono massicce, ma le strade, strette
e lunghe; strade in ombra,
strade protette contro il gelo e il sole.

I banchetti a ogni angolo di strada
vendono mandorlati, liquerizie,
le mistocchine bianche di farina,
caldarroste, delizie.

Lupini, noccioline
americane... Inoltre sulla piazza
ecco impazza il mercato, ed è l'eterna
fiera del desiderio inappagato.

Meraviglie. Per terra, sulla via
bottiglie, vasi, bicchieri colorati
ferramenta, vestiti molto usati
di raion, nylon, tutti trasparenti.

Si vendono le stoffe coi lustrini,
magliette, scialli, pellicce spelacchiate,
fuori moda, le spalle più quadrate
di ora, vecchi dischi

e grammofoni vecchi con la tromba!
E spille luccicanti, vecchie bambole
dai capelli di stoppa, con la testa
di porcellana, braccia

e gambe pieghevoli; la faccia
è stupita: la bocca semiaperta
ha denti dentro quasi veri, bianchi.
Gli occhi sgranati guardano nel nulla.

Lì accanto pastorelli, damigelle;
in porcellana: strana compagnia!
coppe e tazze sbeccate; le più belle
hanno un filetto d'oro tutto intorno

o disegni cinesi variopinti.
Qui c'è un drago violetto multiforme
con squame verdi e arancio. Il suo colore
dà sapore al caffé, sicuramente!

Questo è il mercato della roba vecchia:
qui si compra e si vende, e si rivende
qui sui banchi risplende
quel che vorresti avere, tu, per sempre.

O quasi sempre:
Oh, guarda, la mia bambola di gesso
con il vestito di carta colorata!
E Mariarosa, la bambola più amata

perché ho creduto che fosse proprio viva!
Il cagnolino di velluto blu
amico inseparabile, e laggiù
il mio cavallo a dondolo, ammaccato!

Le costruzioni, e i cubi con le lettere:
con quelle scrissi, sul pavimento lucido
le frasi che dicevo, le parole
che io volevo.

Le storie che inventavo poi le scrissi
in un quaderno nero con il Dare
e l'Avere, un quaderno
dei conti, da rifare!

Tutto finiva bene, lo ricordo,
tutte le damigelle si sposavano
e gli orfani trovavano
i genitori, tutti altolocati.

I gatti ritornavano a dormire
accanto al caminetto, misteriosi,
dopo quei favolosi
viaggi in lontani lidi.

Sì, ricordo le fiabe, ma la vita
passata ora, nel lampo
che illumina la scena dell'altrove,
di un altro tempo,

che ne è stato di lei?
Sì, qualcuno mi ha amata, ora ricordo...
E io? Nessuno? Solo i ragazzetti
nella radura dell'albero cavo

quando giocavo
alla guerra delle bande?
Tutti furono grandi così presto
e io soltanto, credo, mi ostinavo

a non volere, non voler procedere
per la tracciata via della saggezza...
Cosa inseguivo? Nuvole, soltanto?
Meravigliose nuvole, e la brezza?

Così la mente, in cerca di orizzonti
vasti, e tramonti,
ma l'inverno, l'inverno
nella città nebbiosa, io cicala?

Là restavano immobili i giocattoli
che io serbavo: oggetti
muti, fidati,
libri grandi, illustrati

da Rackam, Gustavino...
le polverose annate
del Corrierino, e poi?
Il mosaico di legno colorato

che veniva da Mosca,
la matruska
e gli angeli di legno altoatesini.
Oggetti della mente, per bambini.

Ecco il quaderno di prima elementare:
è nero, con i bordi
rossi, e le orecchie. Ed ecco il mio disegno,
il primo a tema, da fare per Natale.

Prime difficoltà: come dipingere
S. Giuseppe? L'aureola ed il bastone,
certo. La barba. Giacca e pantalone?
E il bue, proteso?

Soltanto il muso, dentro una finestra?
Nessun problema per la Madre e il Bambino
e più vicino
a loro qualche pecora ricciuta.

Disceso dalle stelle, nella culla?
E' il bambino che illumina la stalla:
da lui partono i raggi:
ma nel cielo

la cometa splendente quasi abbaglia
dello stesso colore della paglia
sopra i quadretti, e il prato color malva.
Si è accaduta, la nascita che salva!

E sempre accade.
Sempre qui e ora
svegliandomi mi devo ricordare
la stanza, la finestra, la mia nascita.

Perciò sono tornata. Ecco la stanza
polverosa, pastello cilestrino
con la cassa dei libri e il comodino
e l'immagine sacra in capo al letto:

la macchia sul soffitto, sempre là,
vasto magma slabbrato, surreale,
e lì la porta che non si lascia aprire;
la vita altrui che devo immaginare.


V. La stufa

Di nuovo! Ecco la stanza
a cui ritorno senza ricordare
cosa mai mi trattenga
qui, per che fare?

Sul letto l'imbottita
di colore amaranto
e di fronte la stufa
rossa, la legna accanto

in una grande cesta.
La stufa rossa: calda!
Se la tocchi t'impolveri le dita.
E' accesa, amica.

Proietta sopra il muro
guizzanti fiamme grige,
onde improvvise,
figure astratte, danze.

Come tutto trapassa e trascolora!
Allora e ora
ora ed allora,
fiamma ininterrotta:

non fuori, dentro,
colorata fiamma,
felice fiamma,
ancora!