|
55.
- Mentre
venivo dalla santa terra
di Bologna, che ogni cosa attorno
la città di gente sì spietata e ricca
come brilla o nebbia, allora luce
(e tanta bellezza, nonostante tutto
il mio cuore non regge), poi
s’infiamma, dai viali alla stazione;
così bruciava, l’agosto dell’ottanta
ognuno che, davanti alla collina
sull’asfalto spezzato, e macerie
come fuoco e polvere osservava -
dice l’autista dell’autobus che corre
a Casteldebole; si va, per quella strada
56.
assieme,
come luce cala sulla riva
e risonanti cuori battono nel petto
se poi altro l’illumina; o quando
più volte, prima che l’osservi
ai lati, nel suo freddo splendore
il nero manto dei pioppi la ricopre
o brilla l’orizzonte sull’asfalto
mentre si viene dalla santa terra
- quale gente che sul fiume passa
di Bologna, uno accanto all’altro
con l’autobus che corre al Maggiore
dietro colline o torri, sulla riva
del Reno; poi scendemmo in piazza
57.
(il sole
arriva, lì raccoglie ognuno);
così osservo ancora come quelli
alzano i cartelli, a poco a poco
le bandiere più rosse stanno, come fuoco
e bianche, ma più rosse; la giornata
chiara, come il passo di Penn Warren
che scrive del giorno, il fango che raccoglie
si muove lento, già spinto da altri
il gruppo, all’inizio, sfiora la piazza
l’ombra dei pioppi che si vede dai colli
ancora verso il fondo, il gruppo si spinge
dietro Appennino, che scende in silenzio
come buio, si sperde in autostrada;
58.
la piazza
raccoglie il sole di Bologna
si copre di polvere (la copre
interamente, che cambia colore)
ma non sabbia né pietra lì si vede
nell’infinito seno; oltre il Reno
si raccoglie il gruppo e braccia alzate
chiamano altri ancora; così tutto
è benedetto, da ogni cosa lo siamo
quando gente osserva, dalla strada
come un’auto, ai bordi, si ricopre
e l’ombra più s’accosta a quella
che resiste la tenebra profonda
se persona, intorno a noi, ne luce;
59.
né
gente si stende oppure voce
quale canto segue la parola
o ripa del fiume che ci bagna ancora
si rassegna, né si fonde attorno
come cuore perduto, ma s’infiamma;
e muove, allora, quando scorre il giorno
da piazza a piazza, la circonda ognuno;
scorre gente, e il gruppo l’accompagna
verso il palco, poi si muove attorno;
o sta diritta, davanti alle transenne
(ahi, che la città non è più ombra)
la piazza, rivolta a furenti rovine;
e, mai così luminoso, il pioppo fluente
60.
lodi e
luci raccoglie, non fortissimo
dolore, ai lati, lo trattiene ancora
l’alba infuocata, quando abbaglia il giorno
lo sciaguattare impreciso del respiro
da gente a gente; o quando scorre sopra
sul grigio granito e il gruppo muove
si piega da una parte, non riposa;
così ascoltiamo battere in quel luogo
e vediamo passare, lungo i fianchi
o case o colline o l’ombra di quelle
pianure azzurrate da bruma insistente
per Bologna (sull’asfalto vento
se più s’avvicina la buia stagione
61.
non la
spezza inverno) che, passando
di qua di là, volgendo gli occhi
non così in fretta la spinge, ma
la squadra da capo a piedi, in silenzio
resta la città, dai colli irrompe
dal plenilunio, l’autobus che corre
sulla piazza; e come riva scorre
allora esce il gruppo, si raccoglie
attorno, un po’ si ferma sull’asfalto
la luce del giorno, che l’intrico
quando l’illuma e poi si sbiacca
da cime di torri, li ricopre ancora
come visi piegati assieme, come cuori
62.
nascosti,
stanno per la strada
se, come cercando di piazza Maggiore
sì sferzata di bianco, che risplende
su quelle salissero a vedere
di questa o l’altra via - dice
- o della vista che, frattanto, muove
ancora, il traffico raccoglie
in confusione di vento, nel brillìo
di vento, di sì grande silenzio
come potendo, d’ogni cosa, discorrere
in un solo sussurro, per lo sguardo
dalla stazione, li raduna attorno
al palco, nel battere del tempo; e
63.
piega la
buia stagione, sulla piazza
con lento movimento, la rivolge
oltre il cielo, che di chiara luce
d’ogni cosa brilla; nel calore
Zangheri parla, e il suo viso ognuno
vede, due segni ai lati della bocca
fronte alta e labbra sottili
voce chiara (i gesti osserviamo
misurati); ascolta l’uomo che, davanti
la facciata bianca, ma di sola luce
della chiesa, in figura lo vede
come un quadro, che il vento compone
contro la piazza; e solleva il viso
64.
la collina
vede, in abbagliante luce
a lato, quale ombra; o come osserva
il pioppo stentato che si piega accanto
e la foglia che scrocchia come brina
o vento rade la pianura, li raccoglie
il fiume Reno, che fin qui ci bagna
nel rosso chiarore; così il gruppo
a sud, da mille chilometri, calabria
tra torri e piazza, e poi sicilia ancora
vede la città del fuoco, mentre ascolta
(se ogni cosa, del viso, qui va detta
dei radi capelli e taglienti occhi
belle mani, affilate) lèggere parole
65.
da scure
ombraggini e cupo rumore
e fuoco che fiammeggia in terra
a struggere e stirpare gente non poca
tra luce cangiante; o come ascolta
in vigilante attesa, nella piazza
che tutto venga detto se, ogni volta
di questo e quello e quell’altro ancora
parla, quale sibilo di vento
nel fitto brusio che da qui l’accoglie
così tosto, il gruppo, sotto il sole
a lato (lui non alto e di sguardo fermo
ripete le parole o, dei gesti, il viso;
sì colpita Bologna, ma non muore
66.
la voce
il viso, la volontà la vita
dice, non è mica la tenebra o voce
che urla poi s’acquieta oppure
quale benedizione, ancora, ascolta
che si accalca e l’intrude il fuoco
stride, poi si allunga allora
lentamente, brilla sul granito
come ombra; qui non siamo soli
quale notte) luce l’infinita aurora
che, uscendo da lunghi corridoi
ai lati, prima di solcare
il portone, più volte osserviamo;
così gente, sul fiume, quando passa
67.
l’osserva,
se poi guarda altrove
al rosso bagliore, tanto si risveglia
la piazza, luce, quanto più ripete
parole o, del giorno, la città; e come
Zangheri finisce di parlare
con chiasso infinito (non così il Reno
dopo lunghe piogge, che scorre veloce
e forte rumore, per traffico, la strada
di autocarri o macchine non copre
sì la scopre voce), la città riprende
ogni cuore, allora, e vede camminare
un nero corteo che esce, molte cose
dicendo, qui la gente, giuste o no e
68.
ora si
perde; poi, levando voce
(ehi, grida qualcuno, andiamo allora)
avendo, ognuno, già sacrificato
in ardore di fiamma e ficcata
dico la piazza, si raccoglie ora
la rumorosa taccola che urla
come vento, se ci passa sopra
per le strade, non volge più la testa
ma prosegue, attorno, quella gente
quando il sole, con turbini guizzanti
ora si alza, ora si allontana
a Ponente, il giorno, la sua dura
pietra-corteccia fionda giù nel buio
69.
nella piena
ossessione, che racchiude
sì la piazza; e così la gente
tutti riprende per le strade, ora
la città di fuoco e macerie o vento -
dice l’autista, mentre guida ancora
l’autobus - e passa per il centro
di qua e di là, lascia quel corteo
come stilla di bianco, quasi luce
o fine stelo, dal giorno, piegato
il gruppo, che trascina via con sé
si allontana, in fretta, dalla piazza
via, trascina come bianca luce
il nero corteo, che va per la pianura;
70.
insomma,
sale come fuoco e fumo
allora; e via, se ne vanno via
osserva sì la piazza che si svuota
o voci che parlano qui e là
ognuno, lentamente e attorno
che si perde o si tonfa verso
altre strade, lascia per D’Azeglio
Guido Fanti, mentre s’allontana
la piazza, con sottile luce
nell’ombra della polvere che avvolge
nel tremolante vento che risuona
il gruppo, ancora, la circonda; e
buongiorno, ciao, arrivederci
71.
buongiorno
alla città di fuoco
che s’illumina ai raggi del sole
quale fiamma, brucia tutti e ognuno
ognigiorno, questo grande male;
e la passione che riluce, quella
da dove viene? - dice poi l’autista
dopo il turno di lavoro - quasi
infiammato vento che, a Ponente
soffi improvviso, spazzi tutto via
dal portico, le macchine a lato
e gente cerchi l’ombra o si ripari
come fredda stella che si spegne
agli occhi, e brillino imprecisi
72.
nel buio,
quando luce cala che si
stende, la collina, si riprende
poi quella sottile che la taglia
dal nero del portico, più chiara -
così l’autista prende per Rizzoli
nella bruciante ora del tramonto
d’estate (ahi quella strada, quanto
è scossa dal traffico, dal fumo
di macchine); dicevo, così prende
la strada che scende giù dal centro
e, camminando, va per San Felice
nell’ora confusa del tramonto
al circolo Dozza, e lì si ferma
73.
in quell’ora
di fuoco che si spegne
vuota; tornai verso la piazza
con il rumore di autobus che passa
e, dal Carro, ancora per l’Inferno
che scende giù nell’Aposa, in fondo
al centro di Bologna, giù nel fondo
da San Martino, si va per delle scale
di metallo; e c’era tanta gente
che non credevo di poter andare;
ma scendemmo, tutti in fila entrammo
nel buio, filtravano le luci
di torce elettriche, riflesse
le anime prave sulla volta, l’ombra
74.
sente il
buio, sì l’odore fondo
di umido e muffa; i tubi a lato
bianchi di pvc, lo scolo d’acque
piantati nel cemento, a elle a esse
torti come dannati; oltrepassando
un lavatoio forse, in muratura
con archi a tutto sesto, lì qualcuno
dice che fuori sta piovendo
e l’acqua arriverà qui sotto
come una piena - ci conviene uscire -
dice ancora, ma nessuno ascolta;
allora proseguimmo, con la guida
che indica - qua sopra c’è Boni
75.
il Roxy
più avanti, che riluce
quale fiamma nel buio e, vicino
vita e sbollenta per le strade, come
sempre tra i corridoi dell’Ipercoop
la fila di altri - così, andando
la volta si allarga e più si alza
per scendere di sotto; con fatica
si cammina, a lato, sul cemento
o tra pozze d’acqua, che le luci
abbagliano, poi fanno brillare;
- e - dice la guida - quelle strade
tanto si raccolgono tra il fumo
che il puzzo, ancora, le rivolta
76.
tra macchine,
levando così forte
rumore, quanto ci sommerge ognuno
e brucia nel denaro che le affonda
e luce, sopra, la città infelice;
come polvere, quando si raccoglie
d’estate, sulle macchine per strada
che le copre o cambia il colore;
e la città se, dopo una pioggia
pure si ricopre della sabbia
gialla e finissima; così si vede
Bologna e, da quella, un’ombra
di luce che riflette o come vive
ora, tutt’attorno - e arrivammo
77.
sotto la
volta, dove l’intradosso
s’incannuccia e, da qui, continua
tra pozze di luci, come le marcite
quando luce il sole; - poi
Farini sull’Aposa, che passa
il traffico, che suona come un suono
che scorre sul canale, che lo taglia
se corrono lì sopra, i bus, e vanno
come va la gente, o come quelli
che, tra moto e macchine, si sfanno -
dice la guida; e si scende ancora
verso il fondo, giù, a camminare
nell’acqua che, da lì, riprende
78.
a scorrere;
e - più prende il rumore
più si stende, come alla stazione
il due agosto del duemilauno
quando gente urlava, con disprezzo
per largo spazio e, voce assordante
gridava a Casini e Guazzaloca
serbando in cuore, eterna, la ferita
per chi ha fatto, di ogni cosa, merda -
dice qualcuno - e lo faranno ancora -
così sentimmo crescere il rumore
sordo, dell’acqua che là sotto scorre;
e percorrendo, allora, verso il buio
il torrente, in direzione sud
79.
nel senso
contrario del suo corso
(a lato, si costeggiano cunicoli
che, da quelli, staccano le ombre
se luce li passa), continuammo
a camminare, assieme, in silenzio
per il buio, ancora; - e se non… -
comincia la guida, ma si ferma
come se dovesse ricordare, poi
vede l’acqua e - torniamo indietro -
dice - ché il torrente sale
alza il suo livello per la pioggia
che qui allaga, ci sommerge tutti -
e il rombo diventò più forte
80.
sì
che per noi non c’erano parole
per il rumore e la paura; assieme
parlando, ognuno, e ragionando
diceva quella che sarebbe stata
la cosa migliore, e ci si divideva;
ma come un anziano cameriere, a Roma
meravigliosamente mescolava
nei piatti ogni pasta; così allora
la guida ci raccoglie, mentre ascolta
il rumore d’acqua; e questa si vede
che entra dagli scoli, che si getta
con schiuma violenta, tra di noi
che scriverne è davvero poca cosa;
81.
e come
l’acqua comincia ad entrare
da ogni parte, ingrossa il torrente
cresce, non si ferma l’acqua;
gente urla, cerca di trovare
l’uscita; poi - restiamo uniti -
dice la guida - o qui facciamo
nella belletta negra che ci avvolge
la fine che fa il topo - e tornammo
indietro, assieme, sì raccolti come
limo si raccoglie attorno, e fango
a luce, che agita nel fiume;
uscimmo, quindi, tutti da quel sito.
E adesso basta.
"DECISIONI" è edito da Gallo e Calzati
editore, 2004
|