| Mio
padre era un uomo libero
ma io sono più libero di lui.
Il giorno che l’ho ucciso
era un giorno qualunque.
Mi sono alzato presto, come al solito
fatto partire Grace, ho acceso il notebook
e messo sottosopra il frigo
prima di tutto il resto che si deve fare:
sciacquarsi il viso, radersi, spalancare le imposte.
Il latte era finito; sono dovuto uscire
per rifornirmi (non posso rinunciare
a una colazione degna di questo nome).
Mio padre, se ricordo bene, russava ancora
ignaro nel suo letto
mentre io, barbuto e accigliato
trascinavo il sembiante verso la latteria.
Pochi minuti dopo era già morto.
Il giorno
che ho ucciso mio padre
era un giorno qualunque d’estate:
non un filo di vento o un timore di pioggia
una nube lontana a distinguerlo
da tutti i giorni uguali precedenti.
Fu un giorno memorabile
e nessuno se ne avvide.
Del resto, chi potrebbe dire
l’istante in cui l’inverno diventa primavera
il baco farfalla, l’attimo esatto in cui
il giglio è al culmine della sua bellezza
e il vino sboccato al punto giusto?
Dopo la
colazione (mi sembra respirasse ancora)
ho letto le stesse cose del giorno precedente
sugli stessi libri, ma per poche ore.
C’era un bel tizio che diceva nulla
un altro rispondeva ohibò
e come dialogavano… per dio!
Con tutti i crismi della letteratura
più accurata e più pura, soli tra loro.
Quindi ho espletato i miei doveri di cittadino
scorrendo i titoli del televideo RAI,
e quelli d’uomo d’oggi
scrutinando le pagine 230 e 101
(dalla sua camera nessun suono sospetto).
Sono poi uscito per comprare
una camicia bella e fresca per la sera.
L’ultimo
spasmo deve averlo avuto
intorno a mezzogiorno e venticinque
mentre io, lucido, cosparso d’olio
di cocco o d’altro frutto tropicale
fendevo le acque della vasca
numero ottanta (o giù di lì)
nella bella piscina di campagna
dove ogni giorno pratico i miei
cinque chilometri di cromoterapia
nuotando nell’azur più puro,
per liberarmi dalle tossine
e dalle scorie dello studio.
Deve essere morto proprio in quel momento
(l’istante in cui toccavo il bordo
– la bracciata tesa –
e una rapida fitta di dolore mi ha sfiorato
la spalla destra come un presentimento)
perché, tornato a casa, del suo corpo
non c’era ormai più traccia.
D’averlo
ucciso l’ho capito tardi.
È stato necessario qualche giorno
per notare l’assenza e interrogarsi
sulla questione, trovare le risposte,
stendere il regesto, denunciare il fatto.
Non l’ho ucciso per caso: questo sia chiaro.
Il colpo era premeditato nei particolari.
Restava da decidere il momento giusto.
L’ho ucciso perché non mi ha lasciato
nient’altro da ammazzare: morti i suoi padri
i suoi nonni e anche gli zii. I suoi fratelli:
morti. Tutti prima che generasse me.
E a cosa serve un uomo se non può
esercitare il suo diritto a uccidere?
Così ho deciso: prima o poi
sarebbe morto da solo, tanto valeva
farlo con le mie mani,
per innestare in una vita grigia
almeno un mito. Quello del parricida.
***
Il mio
paese è piccolo e la voce
si è diffusa con rapidità. Mio padre
era abbastanza noto e in generale benvoluto
(se lo meritava: era proprio un brav’uomo).
Quando fu risaputa l’identità dell’omicida
ci fu uno
scandalo di dimensioni
tutto sommato contenute
(forse perché eravamo una famiglia povera).
Non in pochi mi hanno tolto il saluto
ma i più hanno preso la notizia
con la più assorta indifferenza.
Qualcuno ancora fa buon viso, qualcuno
non fa mancare una pacca sulla spalla
non so se per timore o compassione.
Io quegli sguardi (allegri, sospettosi,
di disprezzo, d’invidia, d’ignoranza…)
ormai ho imparato a non tenerli in conto
più di quanto sia bene (il bene mio);
passo in mezzo alla folla a gran velocità
sulla bici scassata, quella di sempre
e me ne vado fischiettando
un motivetto che mi piace tanto.
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